Roma '60 Olimpiadi 50 Anni fa

Mercoledì 06 Ottobre 2010 11:45 ugo
Stampa

Sono passate più di 12 olimpiadi, da quando Roma accolse dentro le mura e le colonne della sua storia il sacro fuoco di Olimpia, messaggero di pace e di fraternità.
Era l’Agosto del 1960, proprio 50 fa, e sull’Italia e sul mondo occidentale era nascente e chiaro quel velo di progresso, che assai presto sarebbe diventato un volo poderoso e a poco a poco sarebbe diventato sempre più travolgente. Le olimpiadi lo inaugurarono con riti sontuosi e nobili, con presagio felice e veritiero. Già la tv di allora, così pulita e semplice nella sua misteriosa magia aveva portato, in poche comprensibili note tutto il mondo nelle nostre case, lasciandolo però ancora grande e desiderabile, senza appropriarsene e rubarlo così conpletamente alla nostra immaginazione. Le nostre timide case si facevano più accoglienti e più comode, capaci di ospitare più gente, in un ritrovato senso di comunità. Era nata una nuova età dell’oro. Di giorno in giorno avvertivamo un senso di maggiore sicurezza, di cresciuta soddisfazione, di pienezza, di fortuna. Ma quell’oro di cui dicevamo sopra è in sé un metallo così delicato nella sua fragile purezza, che va difeso da ogni ruvido contatto, da ogni acido corrosivo e va trattato con misure sobrie, senza esagitazioni e senza ingordigia. Auri sacra fames! (O esecranda fame dell’oro!). Lo avevano detto i latini vedendo sfaldarsi sotto le loro mani e con drammatico grido della coscienza un fior di impero, così poderoso e inattaccabile. Proprio perché avevano lentamente lasciato sfibrarsi le connessioni interpersonali, il senso e le regole dello stato, il sacro sentimento della comunità, la sollecitudo rei socialis, come dirà un grande papa della nostra epoca. Tutti quanti ideali lasciati cadere, cancellati dai  sogni, sviliti e offesi come inutili, deluse liturgie di chi non era riuscito ad arricchirsi e a diventare potente.

I grandi guasti della storia, provocati dalle ricorrenti epidemie dell’ingordigia, non hanno insegnato niente a nessuno, nemmeno a noi che pure abbiamo avuto la possibilità di frequentare tante scuole e di veder crescere accanto a noi tante competenze e tanti saperi.
Decoubertin credeva nella necessità di estendere la sua visione umanitaria e nobile a parti di mondo sempre più grandi, utilizzando la fascinosa bandiera della fraternità e della pace. Nel 1896 il barone francese pensò a Roma, come sede ideale di una manifestazione che si ricollegasse direttamente ai ludi pacifici dell’antica Grecia e, per continuità, a quelli solenni del mondo latino. Roma poteva, con la maestà delle sue vestigia dare la massima impronta di universalità al monito solenne che si voleva dare all’umanità con il rinnovato messaggio di Olimpia. Nel 1896, proprio alle porte di quel tragico Novecento che invece avrebbe tristemente segnato il crollo di tutte le idealità e il trionfo della disumanità e della guerra. Roma non poté sostenere allora il peso di una così grande organizzazione e dovette cedere il passo ad altre città. E dopo Atene ci furono Parigi, St Louis, Londra, Stoccolma, eccetera. A Roma si tornò a parlare di Olimpiadi poco prima del 1960, dicevamo alle porte questa volta dell’età dell’oro. Ci fu uno straordinario impegno corale. L’Italia sentiva di avere in mano le chiavi giuste per aprire per l’umanità un percorso infinito di civiltà e di sempre crescente benessere. Giovanni Gronchi dal Quirinale augurava ai Giochi un grande successo, come premio di un duro e concorde sforzo, capace di commuovere il mondo con il tradizionale spirito di cordiale ospitalità dell’Italia. Fanfani riconosceva alle Olimpiadi la capacità di tener vivo col loro messaggio il sogno di unità di genti politicamente divise, che nella storia parlavano di amicizia solo in rari ed eccezionali momenti. Giovanni XXIII, il papa della nuova storia umana ed ecclesiale, aveva fissato per il 24 Agosto la sua paterna benedizione agli atleti.
Roma da alcuni anni era diventata un cantiere di idee, di progetti, di inaugurazioni e di nastri tagliati. Oltre a rimettere a nuovo le strutture esistenti, come lo Stadio Flaminio e quello dei Marmi, Roma costruiva ex novo lo stadio Olimpico, il velodromo dell’EUR, il palazzetto dello sport e le piscine. Ma ci volle poco a capire che le terme di Caracalla (ginnastica) la Basilica di Massenzio (lotta), piazza di Siena (equitazione) e le strade meravigliose dell’Urbe (maratona) sarebbero state lo scenario incomparabile, capace di aggiungere allo spettacolo sportivo quello dell’architettura e della storia, per regalare a piene mani emozioni e leggenda.
Ma cosa ha dato la Calabria alle Olimpiadi di Roma, oltre alla grande passione degli sportivi, che si sentivano coinvolti nell’avvenimento per via dell’intimo orgoglio della propria origine magnogreca? La Calabria la sua bella medaglia se l’è conquistata subito dopo le Olimpiadi, adottando Giovanni Carminucci, argento alle parallele, che ha sposato una ragazza calabrese e sulla spiaggia di Locri ha trascorso le sue estati più belle. Giovanni oggi riposa nella nostra terra, a Riace ,sempre avvolto dallo splendore del mito, perché non è dato agli eroi di Olimpia di conoscere la morte. La Calabria ha dato inoltre all’Olimpiade la sua Statale Ionica 106, imbandita di emozione e di “familiare”, festosa accoglienza, per il passaggio della fiaccola olimpica. Dopo l’accensione del 12 agosto nell’Altis ad Olimpia e una breve sosta  per i sacri auspici nel  tempio  di Era, l’atleta greco Epitropulos ha iniziato quel viaggio che di mano in mano portava quel fuoco acceso fino al Pireo. Qui un cadetto dell’Accademia Navale di Livorno accese la sua torcia e l’ha custodita a bordo della nave scuola Amerigo Vespucci fino allo sbarco in terra Italiana a Siracusa. La traversata durò 5 giorni ed il 17 agosto alle 20:30 il sacro fuoco giunse davanti alla mitica fonte Aretusa. Il 18 agosto, risalendo la Statale sicula 114 attraverso Megara Iblea, Catania, Acireale, Naxos, Taormina, Scaletta Zanclea, giunse a Messina. Primo tedoforo in terra siciliana fu l’arbitro di calcio Concetto Lo Bello. La mattina del 19 c’era un po’ di mare nello Stretto, forse perché Scilla e Cariddi, sentendo più presente e decisa la fragranza del mito, si scrollarono un poco dal millenario torpore e lo fecero sentire. Non diedero però tanto fastidio al corteo nobile che andava eseguendo il suo rito e celebrava nella maniera più lieta i sacri elementi della vita il pensiero e la storia, l’acqua, il fuoco, gli ideali e i sogni dell’uomo. L’atleta messinese Vittorio Magazzù ebbe in consegna la fiaccola che sull’aliscafo Delfin varcò lo stretto. Una grande folla attendeva sul lungomare di Reggio, dove era stato innalzato un tripode, proprio accanto alle stele dedicato a Vittorio Emanuele III. Il presidente della provincia, professor Ugo Tropea, pronunciò un bel discorso ed anche l’assessore allo sport del Comune di Reggio Oreste Granillo (che tanto lustro avrebbe poi avuto nel mondo sportivo reggino) volle salutare la fiaccola, concludendo con una bellissima frase poetica: “non la rivedremo più questa fiaccola, dobbiamo saperla donare al cuore”.  L’atleta reggino Sandro Penna, accesa la sua torcia percorse “il più bel chilometro d’Italia” verso piazza Garibaldi, dove avvenne il primo cambio. Da lì la fiaccola, sempre protesa in alto dal tedoforo iniziò la sua strada verso la costa ionica. Da Reggio a Monasterace il viaggio durò 12 ore e furono impegnati 93 tedofori, ciascuno dei quali percorreva un tratto di circa 1500 metri in un tempo di circa 5 minuti e mezzo. La fiaccola entrava nel cuore delle grandi antiche colonie, che ad Olimpia avevano dato prestigio ed onore, con la gloria dei loro celebrati atleti più volte vincitori. Timeo, Milone, Agesidamo eccetera. Così Reggio, Locri, Kaulon, Crotone, Sibari vissero quel momento magico, come un vero ritorno…di fiamma, nel senso più alto del termine. A Sant’Ilario era previsto un cambio e fu Pino Cotroneo di Bianco a ricevere il fuoco e a portarlo alto sui suoi sogni fino a Portigliola. Aveva addosso una maglietta bianca a girocollo che sul davanti portava stampata la lupa di Roma, i Cinque Cerchi e il numero romano dell’Olimpiade (XVII). Completavano l’abbigliamento calzoncini bianchi, scarpette da tennis e calzini tutti bianchi. A Locri sono stati di certo tedofori anche Pepè Lombardo e Mimì Galasso. Non conosciamo i nomi degli altri ragazzi della Locride che hanno sorretto la fiaccola. Speriamo soltanto che, magari leggendo questo articolo o sentendone parlare, vorranno ridar luce di pensiero a quel lontano angolo della loro memoria e lo facciano sapere.
 Come seguito a quanto detto vale forse la pena ricordare lo spirito olimpico del preside Alfredo Gasparro, che per molti anni ha coltivato rapporti di scambi culturali con la Grecia, animando l’associazione “Amici di Grecia e Magna Grecia” di cui ho fatto parte anche io. Egli negli anni ’70 ha cercato di imitare il fascino dei giochi di Olimpia organizzando diverse edizioni dei “Giochi Isolimpici” ai quali, ancora ragazzo, prese parte Francesco Panetta, che grandi soddisfazioni ha dato alla nostra terra con le imprese sportive e che ancora oggi ci rappresenta e ci onora nel mondo dello sport come sapiente ed esperto commentatore televisivo. Grande momento di vero sport olimpico nella nostra zona sono stati anche i “Giochi Ionici”, che per 3 anni hanno riproposto sulle strade e nello stadio di Siderno la magica atmosfera delle gare di Olimpia. Un nutrito gruppo di tecnici, di cultori degli aspetti sportivi dell’antichità classica, di giovani appassionati ed entusiasti, guidati da una idea luminosa del Senatore Sisinio Zito, ha reinventato una favola sostituendo al sacro fuoco l’acqua di tre mari, che fondendosi in una grande anfora rappresentava la volontà di unione fra i popoli che costruiva la pace.  Grandi meeting di atletica hanno portato fra di noi in quelle occasioni i campioni più famosi del momento, come Tilli, la Ottey, Andreini (che a Siderno ha conquistato il record italiano di salto con l’asta) De Benedictis, la Sidoti e tanti altri. Oggi le luci dello Sport si accendono quasi esclusivamente nelle arene feroci dei campi di calcio. Ben povera cosa. E la passione pura e sognante degli sportivi veri si è incupita, contratta, quasi stordita da risse, vuvuzuelas, mega business televisivi che stanno schiacciando quel povero pallone sotto il peso abnorme di tante isterie speculative. Migliaia di telecamere profanano anche il silenzio drammatico della concentrazione degli atleti, per catturare un gesto un pochino oltre il limite o un labiale su cui imbastire una risata di scherno. Questo non è sport. Le Olimpiadi si trovano tutte in un altro emisfero. Anche quelle timide e lontane di Roma che hanno veramente parlato al cuore della nostra giovinezza ed hanno alimentato i nostri sogni.

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Ottobre 2010 11:59