Stralcio

Giovedì 28 Ottobre 2010 19:48 ronsad
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Stravolto e inebetito dal dolore, Stefano camminò a lungo quel giorno, attraverso paesi e campagne, fino ad arrivare lungo le rive di un grande fiume. Era una boscaglia e l’acqua bassa lambiva i cespugli e gli arbusti, cui si aggrappavano, ingrossandosi, residui galleggianti e chiazze di schiuma giallognola. Con gli occhi fissi su quegli accumuli di sporcizia, che si disfacevano ogni volta per poi ricomporsi, la sua mente era affollata da mille pensieri angoscianti. Era stanco e, dopo essersi appoggiato a un’esile betulla, che si piegò sotto il suo peso, si lasciò scivolare a terra, sull’erba verde. Pensava a un modo per por fine una volta per sempre a quell’esistenza equivoca, che tanta sofferenza gli aveva procurato. Stava così pensieroso, con gli occhi persi nel vuoto, quando, senza accorgersene, sopraffatto dalla stanchezza, si addormentò. E, nel sogno, gli parve di essere proprio in quel posto in cui si trovava realmente, solo che non riusciva ad alzarsi, come se le sue gambe fossero inchiodate al terreno. Tentava di sollevarsi con le mani, ma le sue braccia non avevano forza sufficiente a sostenerlo. Mentre era impegnato in questi ripetuti tentativi di aggrapparsi a qualche cosa per mettersi in piedi, la sua attenzione fu attirata da una figura, che, dall’altra parte del fiume, si dirigeva verso di lui, attraversandolo. Non riusciva a distinguere bene chi fosse, però aveva l’impressione che camminasse sull’acqua. Lo vide avvicinarsi sempre di più e la superficie dell’acqua sotto i suoi piedi sembrava fosse dura come il cemento. Mano mano che quello avanzava, il suo aspetto gli tornava sempre più familiare. Alla fine, quando ormai stava per raggiungerlo e lo separavano da lui solo pochi metri, si accorse che indossava i suoi vestiti, quelli di un tempo, quando stava in istituto, e notò anche, quando stava per uscire dall’acqua, che la sua gamba era insanguinata e i pantaloni lacerati all’altezza del ginocchio. Allora, come in uno specchio, si rivide quando, ancor prima dell’incidente, era ospite dell’istituto e poi si ricordò dell’incidente e della gamba fratturata, che gli dovevano amputare, e, dimenticando tutto il resto e la disperazione che lo aveva condotto fino a quel punto, ebbe paura e tentò di arretrare, spingendosi indietro e affondando le dita nell’argilla molle dell’argine. “Ma tu chi sei?”, chiese, non riuscendo a muoversi di un sol centimetro. “Di che cosa hai paura?”, rispose quello, adagiandosi accanto a lui, “Mi dovresti riconoscere, perché tutti ti chiamano col mio nome!”. “Giorgio…”, fece Stefano, “Giorgio Santillo!”. “Si!”, disse l’altro col viso contratto dal dolore. “Ma il corpo… quello non è il tuo corpo!”, esclamò Stefano sempre più confuso e meravigliato. “Perché?”, chiese Giorgio con una smorfia di dolore sul viso, “Quello è il tuo? Sapessi il male che mi fa questa gamba!”. “Ma tu sei vivo o morto?”, domandò Stefano sempre più stupito. “E’ difficile rispondere a questa domanda, essendo la vita e la morte concetti che non si adattano alla nostra condizione. Tuttavia, perché tu capisca, ti dirò che io sono morto e vivo, poiché, attraverso di te, il mio corpo vive ancora, mentre quella parte di me, che per voi serve a definire l’essere di una persona, la sua individualità, è morta”. Parlava e si vedeva che soffriva e, di tanto in tanto, si toccava la gamba insanguinata. Sudava, nonostante dal fiume si levasse un vento freddo, che faceva stormire le foglie. A momenti frotte di gabbiani risalivano la corrente, lanciando grida, che si perdevano in lontananza. Stefano estrasse dalla tasca il fazzoletto e allungò la mano per asciugargli il sudore. E fu come se la mano si muovesse nel vuoto, perché sotto non c’era nulla. “Non avere paura!”, gli disse Giorgio, notando il suo sbigottimento, “E’ solo l’immagine”. “Ma tu soffri lo stesso!”, esclamò Stefano. “Si, perché, per apparire, ho dovuto definirmi in qualche modo e per questo io sento tutti i limiti del corpo”. “Cosa vuol dire?”, chiese Stefano. “Vuol dire”, disse Giorgio, “che fino a quando noi sentiremo il bisogno di definirci come individui, come entità diversificate l’una dall’altra; fino a quando noi sentiremo il bisogno di affermarci come persone in contrapposizione ad altre persone, noi saremo sempre incompleti, limitati, mancanti di qualche cosa e sofferenti per questa mancanza”. “E allora?”, fece Stefano, che continuava a non capire la natura di quel discorso. “Non è facile!”, disse Giorgio, sospirando profondamente. “Che ti posso dire perché tu capisca?”. Tacque per qualche momento e rimase pensieroso con gli occhi fissi sulla superficie liscia dell’acqua, che a tratti si increspava per formare mulinelli, che poi venivano trascinati via per riformarsi altrove. Il sole era basso all’orizzonte e gli alberi, dall’altra parte dei fiume, allungavano sull’acqua le loro ombre, fin quasi a raggiungere la sponda opposta. I gabbiani non passavano più e l’aria aveva assunto un colore rosso abbagliante, che sembrava irreale. “Ah, ecco!”, rispose Giorgio, voltandosi verso di lui, “Già la parola ‘definire’ vuol dire che tu dai all’oggetto della tua definizione un carattere di finitezza, che sta a significare che quell’oggetto è quello che è e non è tutte le altre cose”. Stefano lo guardava senza proferir parola e il suo volto esprimeva tutto lo sforzo che faceva per seguire Giorgio in quella strana conversazione. Anche Giorgio lo fissò per un momento e poi riprese il suo discorso. “Se, per esempio, tu dici ‘Questa è una sedia!’, tu la escludi da tutto ciò che non è una sedia, come potrebbe essere un tavolo, un bicchiere, un albero, una persona ecc.. Tu la delimiti”. “E con ciò?”, fece Stefano, che non capiva dove volesse andare a parare. “Con ciò, ti voglio far capire che ogni cosa per poter essere individuata come quella cosa là e non un’altra, deve essere definita in contrapposizione a tutto ciò che essa non è”. “E che c’entra tutto questo col discorso che stavamo facendo?”, chiese Stefano alquanto seccato. “C’entra, c’entra, più di quanto tu possa immaginare.”, rispose Giorgio con voce stanca. “E come?”. “Non so come spiegarmi.”, disse Giorgio con lo sguardo perso sulla superficie dell’acqua, che sembrava immobile, “Qual è il motivo che ti ha spinto a girovagare tanto fino ad approdare in questo posto sperduto e così lontano da tutto ciò che gli uomini chiamano civiltà?”. “Perché sono disperato.”, rispose Stefano con una voce che tradiva tutto il dolore e l’amarezza che aveva dentro, “E penso che per me non ci sia altro che porre fine una volta per tutte a quest’esistenza ambigua e senza speranza, che mi tormenta da quando non riesco più ad essere me stesso”. “Vedi? Tu non riesci a definirti, tu soffri, perché non sai più chi sei e, addirittura, dubiti della tua stessa esistenza”. “Bravo! E’ proprio questo il problema: io non so chi sono, se sono Giorgio o se sono Stefano”. “Ora capisci cosa volevo dire quando parlavo di identità?”, gli chiese Giorgio, “Si acquisisce la propria identità, quando si riesce a definirsi nei confronti degli altri. In effetti, tu non puoi dire: io sono Stefano e non sono Giorgio, e nemmeno: io sono Giorgio e non sono Stefano, perché entrambi gli elementi coesistono in te. E, finché sarai in vita, questo dilemma non lo potrai mai sciogliere”. “Perché, se muoio il dilemma si scioglierà?”, chiese Stefano con curiosità. “Si, perché ogni cosa tornerà a far parte del tutto, della materia indistinta, primordiale, del caos”. “E l’anima?”, chiese Stefano preoccupato. “Non posso rispondere a questa domanda, se prima non mi spieghi cosa intendi per anima.”, disse Giorgio, voltandosi verso di lui per guardarlo fisso negli occhi. “Cosa intendo?”, chiese stupito Stefano, di fronte a quella domanda la cui risposta gli sembrava ovvia, “Quello che intendono tutti e che mi hanno insegnato le suore quando stavo in istituto. L’anima è l’anima, quella che sopravvive alla morte e che…”. “E che va in paradiso, se ti sei comportato bene, oppure all’inferno o anche in purgatorio?”, aggiunse Giorgio. “Si, si, proprio quella!”, fece Stefano, contento che avesse capito. “E chi decide l’attribuzione delle pene e delle ricompense?”. “Dio!”, rispose Stefano, sicuro di non sbagliare. “Perché?”. “Perché Dio ci ha creato e vuole che ci comportiamo bene!”. “Dio ci ha creato peccatori, allora?”, chiese Giorgio, scrutando Stefano con attenzione. ”No, no! Se sbagliamo, la colpa è nostra, che abbiamo deviato dalla retta via che Lui ci ha indicato”. “Ma, secondo te, se avesse voluto, avrebbe potuto crearci in modo che non sbagliassimo?”. “Certo! Dio può fare tutto, è onnipotente!”. “E perché, allora, ci ha creato così?”. “Per metterci alla prova. Per questo ci ha dato il libero arbitrio!”. “Quindi, secondo te, Dio, quando noi facciamo qualche cosa, non sa quello che faremo, finché non l’avremo fatto, e, di conseguenza, vuol dire che non è onnisciente, e, se non è onnisciente, vuol dire che non è Dio”. “Ma no! Cosa dici? Lui sa tutto, come ti ho già detto, vuole solo metterci alla prova”. “Ma se lui sa già quello che faremo e come ci comporteremo, che bisogno c’è di metterci alla prova? O è così sadico che gli piace farci sbagliare per poi punirci o non ha saputo crearci bene. Nell’un caso e nell’altro non sarebbe dio, o, almeno, non sarebbe il dio cristiano di cui noi stiamo parlando”. Stefano lo guardava inebetito, avrebbe voluto rispondergli per contestare le sue parole, che cozzavano con tutto quanto gli avevano raccontato fino ad allora della religione, ma non riusciva a trovare le parole giuste. Però, dentro di sé gli sembrava che avesse ragione, anche se in testa aveva una gran confusione. Giorgio si accorse delle sue perplessità e della fatica che faceva per capire quel discorso così complicato. “Ascoltami!”, gli disse per fargli capire meglio quello che aveva detto, “Fai conto, mentre stai passeggiando in un bosco, di trovare per terra un bel ciocco di legno. E’ compatto, integro, non troppo duro e allora decidi di utilizzarlo per fare un tagliacarte. Vai a casa e ti metti all’opera, usando tutti gli strumenti adatti. Il tagliacarte, prima di venire intagliato nel legno, è nella tua mente: l’idea precede la realizzazione dell’oggetto reale (l’essenza precede l’esistenza). Quindi, sulla base dell’idea che hai in testa, sei sicuro che il tagliacarte verrà perfetto e rispecchierà la forma che è nella tua mente.” “Ma che c’entra adesso il tagliacarte con l’anima, l’uomo e dio?”, sbottò esasperato Stefano. “Se mi lasci parlare, servirà a farti capire meglio quello che voglio dire”, disse Giorgio. “Parla, allora!”. “Dove eravamo rimasti? Ah, si! Al tagliacarte. Tu intagli il legno, ma, quando finisci, ti accorgi che c’è qualcosa che non va. Il tagliacarte non è venuto come tu avresti voluto, non corrisponde all’idea che tu avevi in mente e di questo dai la colpa al legno o allo stesso tagliacarte”. “E allora?”, chiese Stefano, che ancora non riusciva a capire il fine di quel discorso. “Come, allora?”, fece Giorgio, visto che quello non capiva, “Se il tagliacarte non funziona, dal momento che il legno, come abbiamo detto, è ottimo, la colpa è del tagliacarte o di chi l’ha fatto?”. “Che domande!”, rispose Stefano,”Non c’è dubbio che la colpa è dell’artigiano che ha inciso il legno”. “Oooh!”, esclamò Giorgio in segno di assenso, “E chi è l’artigiano che ha fatto il tagliacarte?”. “L’uomo!”, disse Stefano. “E l’artigiano che ha fatto l’uomo?”. “Dio!”. “Allora,”, disse Giorgio, “riepilogando: l’artigiano che ha fatto il tagliacarte è l’uomo e, se il tagliacarte non è venuto bene, è colpa dell’uomo; l’artigiano che ha fatto l’uomo è dio e, se l’uomo non è venuto bene, è colpa di…?”. Stefano lo guardò stralunato, istintivamente gli veniva da rispondere dio, ma gli sembrava impossibile, perché dio non può sbagliare. E così, mentre pensava a una possibile risposta, gli parve di aver trovato la soluzione. “Si,”, tentò di obbiettare, “ma noi abbiamo il libero arbitrio!”. “Non c’è libero arbitrio se c’è un dio creatore, perché, come abbiamo già detto, Dio sa in anticipo quello che l’uomo farà.”, disse Giorgio, “E, se dio sa in anticipo quello che l’uomo farà, l’uomo non potrà mai fare alcunché di diverso da quello che Dio già sa, altrimenti vorrebbe dire che dio non è onnisciente”. Stefano rimase a bocca aperta, senza sapere cosa rispondere. Si rendeva conto che il discorso di Giorgio era logico e non trovava argomentazioni valide per opporsi. “E’ come un nastro registrato,”, continuò Giorgio, “i cui eventi non possono cambiare, quando si sviluppa in video, perché i fatti si sono già compiuti, così come per l’uomo: tutta la sua vita è nella mente di dio già prima che venga creato, e di conseguenza, una volta creato, non può comportarsi diversamente da come dio l’aveva pensato. Alla stessa stregua del tagliacarte, il quale è nella mente dell’uomo, prima di essere realizzato, per cui, se poi il manufatto, non corrisponde all’idea che l’uomo aveva in mente, la colpa non è certamente del manufatto, ma dell’uomo che non ha saputo realizzarla”. “Non si muove foglia che dio non voglia”, fece Stefano sconsolato. “Vedo che hai capito!”, assentì Giorgio. “Ma come è possibile che le cose stiano in questo modo?”, chiese Stefano, che non riusciva a capacitarsi che tutto quel mondo che lui si era costruito crollasse così miseramente. “Non è detto che le cose debbano stare per forza in questo modo!”, gli rispose Giorgio, che leggeva nella sua faccia un’espressione di sofferenza e delusione. “E in che modo, allora?”, domandò Stefano speranzoso, “Tu, come ti spieghi questo mondo, gli uomini e tutte le altre cose?”. “Io penso che non sia stato dio a creare l’uomo, ma che sia stato l’uomo a creare dio e che le religioni siano il frutto del bisogno di religiosità dell’uomo, del suo senso di finitezza, del fatto che, pur essendo finito, riesce a pensare l’infinito. E le religioni hanno cercato di rispondere a questa sua debolezza,strumentalizzando questo suo bisogno”, disse Giorgio, dimostrando anch’egli, mentre parlava, una grande sofferenza, che Stefano attribuiva al dolore per la gamba ferita. “E penso anche che i sacerdoti, che si sono assunti il ruolo di mediatori tra dio e gli uomini, abbiano escogitato la geniale idea del peccato per tenere sottomessi gli uomini, dicendosi solo loro depositari delle chiavi d’accesso in paradiso”. “E allora, allora!”, urlò Stefano, che non vedeva l’ora di sapere qual era la sua risposta alla domanda che gli aveva fatto. “Se hai un po' di pazienza, ti spiego”. “Sentiamo!”. “Prima di tutto noi dobbiamo stabilire qual è il tipo di risposta che vogliamo dare alla nostra domanda iniziale”, disse Giorgio, cercando di placare l’impazienza di Stefano, “se vogliamo una risposta basata sul mito, sulla religione oppure sulla razionalità. Noi, basandoci sul principio di causa ed effetto, che governa la materia, pensiamo che ad ogni effetto ci debba essere una causa e, quindi, quando ci chiediamo da dove proviene il mondo in cui viviamo, qual è la sua causa, rispondiamo che la causa del mondo è dio, che dio ha creato il mondo…”. “E’ giusto, è proprio così!”, annuì Stefano. “Però, noi non siamo conseguenti nel nostro ragionamento”, aggiunse Giorgio, “nei confronti di dio non ci comportiamo come ci comportiamo nei confronti di tutti i fenomeni della natura e del mondo stesso”. “Perché?”, Chiese Stefano stupito, “Cosa vuoi dire?”. “Voglio dire che, mentre per ogni cosa noi ci chiediamo quale sia la causa, chi l’abbia fatta, per dio non ci chiediamo chi l’ha fatto, chi l’ha causato e diamo per scontato che fra tutti gli altri attributi abbia anche quello dell’esistenza Noi ci chiediamo la causa di tutto, ma quando arriviamo a dio ci fermiamo”. Stefano lo guardò visibilmente stupito, perché anche questa volta si trovò di fronte a un discorso che non aveva mai sentito e contro il quale non aveva armi per poterlo contestare e cercò di pensare rapidamente a una risposta che potesse almeno mettere in discussione la tesi di Giorgio, ma non gli venne nulla in mente e continuò a guardarlo come un ammagato. “Allora,”, continuò Giorgio, che aveva capito lo stato d’animo di Stefano, “poiché, gira e rigira, sono sempre io a decidere sull’esistenza o meno di dio e di tutte le altre cose, come ben diceva Protagora, quando affermava che: ‘L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono, per ciò che sono, di quelle che non sono, per ciò che non sono’, così come io do a dio l’attributo dell’esistenza, potrei darlo anche alla materia e dire che la materia, come già dicevano i Greci, è increata, esiste e basta”. “Si, ma…”, tentò di intervenire Stefano, senza sapere cosa opporre alle parole di Giorgio. “E posso anche pensare che questa materia, che è sempre esistita sia anche dotata di movimento, senza volere a tutti i costi scomodare dio per dare il primo calcio al mondo”. “Perché?”. “Perché altrimenti mi dovrei chiedere chi è che ha dato il primo calcio a dio!”. “Mi è venuto un gran mal di testa e non capisco più niente”, fece Stefano frastornato. “Vedi”, fece Giorgio, poggiando una mano sulla spalla di Stefano, perché non si scoraggiasse, “io vorrei farti capire questo: che senza ricorrere alla metafisica noi possiamo farci una ragione di come è fatto il mondo, non dico sicura al cento per cento, ma abbastanza plausibile”. “E come?”, chiese Stefano, che non ce la faceva più a stare in quell’incertezza. “Cerca di seguirmi attentamente”. “Sono tutto orecchie!”, disse Stefano. “Se noi ci guardiamo intorno vediamo un’infinità di cose, a cominciare dal nostro corpo, alcune più definite altre meno: terra, pietre, alberi, montagne, animali, uomini. Ma se noi guardiamo più a fondo, anzi analizziamo, servendoci di tutte le scoperte della scienza, tutte queste cose, vediamo che ognuna ha una sua struttura interna più o meno razionale, una nozione potremmo dire, che è sua propria e di nessun altro”. “Scusami!”, disse Stefano, alzando la mano per fermarlo, “Ma non capisco”. “Va bene! Ora ti farò un esempio, perché tu possa capire meglio. Prendiamo, non so, il seme di una pesca…”. “E che c’entra adesso il seme della pesca?”, fece Stefano indispettito perché pensava che volesse prenderlo in giro. “Se non ti piace il seme della pesca, possiamo prendere una ghianda?”. “E va bene, dici quello che vuoi dire e chiudiamo questo discorso, perché mi ha stancato!”. “Ti volevo dire che se noi prendiamo il seme di una pesca e lo piantiamo nella terra, da quel seme nascerà un pesco che farà altre pesche, se piantiamo una ghianda, nascerà una quercia e così via di seguito”. “Bella scoperta!”, fece Stefano ironicamente, “Meno male che me l’hai detto, perché io credevo che dal seme di pesca nascessero le patate!”. “Aspetta per prendermi in giro!”, disse Giorgio, cercando di capire lo stato d’animo del suo interlocutore, “Io ti volevo dire che in ogni cosa c’è una ragione, una nozione che fa sì che quella cosa sia quella e non altrimenti. E questa nozione è scritta in numeri, è razionale. Anche se noi tiriamo una pietra in una qualsiasi direzione, quella pietra cadrà secondo determinate regole e non altre, che Galileo ha scoperto e si chiamano leggi sulla caduta dei gravi”. “Scusami se ho scherzato!”, disse Stefano a occhi bassi. “Anche le stelle, i pianeti, le comete che tu vedi nel cielo si muovono secondo un ordine regolato da leggi matematiche”. “Ma queste leggi chi le fa?”, chiese Stefano. “Non le fa nessuno, gli scienziati le scoprono e le formulano secondo criteri dettati dalla ragione umana, ma non le inventano loro!”. “Ma dove si trovano queste leggi?”. “Da nessuna parte, esse non sono altro che il modo di funzionare della natura e gli scienziati non fanno altro che trasformare in numeri questo modo di funzionare, come per la musica, i cui suoni possono essere trascritti in ottave, in quarti in none ecc. In fin dei conti”, fece Giorgio, “noi scopriamo il meccanismo di funzionamento della materia e lo traduciamo in leggi. Ordiniamo il mondo in base ai nostri strumenti di conoscenza e al nostro modo di pensare. Se ci fosse vita in un altro pianeta dell’infinito spazio, può essere che quegli esseri viventi abbiano dato al loro mondo un ordine diverso”. “Non capisco!”, disse Stefano sconsolato. “E’ come se tu guardassi il mondo con un paio di occhiali colorati.”, disse Giorgio, “Lo vedresti di un altro colore. Così, se eventuali altri abitatori di altri mondi avessero i sensi, vista, udito, tatto ecc., che sono gli strumenti di cui la nostra mente si serve per conoscere ciò che è fuori e dentro di noi, diversi dai nostri, loro ordinerebbero il mondo in un modo diverso dal nostro”. “Si!”, disse Stefano, “Ma chi è che crea le cose che vediamo, compreso l’uomo?”. “Come ti ho già detto,”, rispose Giorgio, “nessuno crea nulla, la realtà è quella che è. E, come ho cercato di spiegarti, possiamo dire che alla base di tutto ci sono due principi: la materia e la ragione, o il numero, come vuoi chiamarlo. La materia è visibile, la vediamo e la tocchiamo, la ragione, invece, non si vede e non si tocca, ma la possiamo cogliere con l’intelligenza, è intelligibile Essa, come abbiamo cercato di dire, è l’elemento costitutivo della materia”. “E cosa vuol dire?”. “Che organizza la materia e le da una forma, la costituisce, cioè, come elemento unico e inconfondibile con peculiarità e caratteristiche proprie. La materia, invece, come ti avevo detto, è caos, disordine, magma indifferenziato e si oppone alla ragione. E’ una battaglia tra due forze opposte: l’una che continuamente tenta di definire e organizzare il caos, l’altra, che fieramente si oppone per rimanere se stessa. Ma anche la ragione”, disse Giorgio, “per rimanere se stessa e, quindi, realizzarsi come ragione, può farlo solo in ciò che è altro da sé e, cioè, nella materia”. “E come?”, chiese Stefano. “Razionalizzandola!”, disse Giorgio, “Organizzandola,dandole una forma. E il mondo che tu vedi è il frutto di questo tentativo: da una parte la ragione che tenta di costituire la materia, di darle una forma, dall’altra la materia che si oppone, che è ostica a ogni razionalizzazione”. Stefano lo ascoltava silenzioso, pensieroso. Cercava di mettere ordine in tutto quello che aveva sentito e, mano mano che le sue idee si schiarivano, riusciva a capire meglio. Per un attimo ebbe la sensazione che fosse la ragione a mettere chiarezza nel caos dei suoi pensieri. “E come vedi”, riprese Giorgio, visto che Stefano non parlava,”Non sempre la ragione riesce a realizzarsi compiutamente nella materia: dove riesce di più e dove riesce di meno”. “Per esempio?”, chiese Stefano, a cui non era chiara quell’ultima affermazione. “Non so,”, disse Giorgio, “Se ti guardi intorno, ogni cosa che vedi è un esempio: dalle cose che hanno raggiunto un alto livello di perfezione e, quindi, di razionalità, a quelle che sono state appena abbozzate, dove la ragione è riuscita a mala pena a penetrare. Per avere un’idea, potresti fare un confronto tra un lichene e una rosa o tra un lombrico e una farfalla. E’ evidente che nella farfalla c’è un livello di perfezione superiore al quello del lombrico, così come nella rosa rispetto al lichene”. “E anche l’uomo rispetto alla scimmia!”, esclamò Stefano contento di avere capito. “Vedo che finalmente hai capito.”, si compiacque Giorgio, “E’ una lotta senza fine tra la materia primordiale e la ragione, che continuamente trasforma la realtà attraverso tentativi ed errori. E in questa lotta senza fine, la ragione, come elemento costitutivo della materia, approda sempre a nuove forme, mentre altre si disfano e poi rinascono. In questo processo sembrerebbe che l’uomo sia quello che abbia raggiunto il più alto livello di perfezione, pur sapendo che ogni traguardo non è mai definitivo”. “Perché?”, chiese Stefano. “Perché l’uomo, oltre alla ragione, ha anche la coscienza: non solo ragiona, ma sa anche di ragionare, non solo sa, ma sa anche di sapere e, addirittura, usa la ragione per perfezionare ulteriormente e migliorare la realtà in cui vive ed opera”. “E come?”. “Attraverso lo studio e la ricerca, perché la scienza non è altro che la scoperta delle leggi che governano il mondo. Gli scienziati, infatti, non inventano le leggi, essi scoprono i meccanismi secondo i quali si svolgono i processi naturali e poi formulano le leggi. Ciò consente all’uomo, mano mano che va avanti in questo processo di conoscenza, di dominare sempre di più la natura e di poter prevenire tutti quegli eventi negativi che possono danneggiare lui e l’ambiente in cui vive”. “Tu ti riferisci alle malattie, all’inquinamento, all’ambiente?”, chiese Stefano, “E per quanto riguarda la vita e la morte, non mi dici niente? Moriamo per sempre o c’è qualche speranza?”. Tacque per un momento e Giorgio lo guardava pensieroso, perché sapeva che, forse, le aspettative di Stefano andavano oltre quelle certezze che lui poteva dargli con la sua risposta. Il sole era ormai tramontato da un pezzo e non si vedeva più niente, perché il buio e la nebbia avevano avvolto ogni cosa. Anche loro erano avvolti dalla nebbia e a Stefano non sembrava più di essere una creatura di questo mondo. “Quello che posso dirti”, esordì Giorgio con un profondo sospiro, “è quello che mi dice la ragione, che è l’elemento costitutivo della materia. E tu sai che la materia è finita, mentre il tempo è infinito”. “E cosa vuol dire?”. “Vuol dire che, essendo il tempo infinito e la materia finita, tutte le possibili combinazioni e manifestazioni della materia a un certo punto finiranno e si dovrà ritornare daccapo”. “E allora?” “Allora, allora, che ti posso dire?”, fece Giorgio, che si era stancato di quel lungo discorso, “Hai presenti le costruzioni, quei giochi che si comprano per i bambini e che consistono in tanti pezzi, i quali, in base al modo in cui vengono combinati, producono figure diverse?”. “Si!”, esclamò Stefano, ben contento di conoscerli, “Ce li aveva un mio amico e mi ha fatto anche giocare. Mi ricordo che riuscivamo a fare tante cose, combinandoli insieme”. “Tante,”, disse Giorgio, “ma sempre molto limitate. Più pezzi si avevano, più figure si potevano fare. E quando tutte le possibili combinazioni si esaurivano, bisognava tornare daccapo. Allo stesso modo della materia, che è finita, mentre il tempo è infinito, per cui, a un certo punto, tutto si ripeterà tale e quale. Anche questo momento che noi stiamo vivendo adesso”. “Vuoi dire che anche il mio incidente si ripeterà?”. “E anche il mio”, fece Giorgio con amarezza, “E anche la mia morte, perché non devi dimenticare che io sono morto”. Per un momento Stefano non udì più la voce di Giorgio, ma non se ne rese più conto, perché ormai faceva fatica a distinguersi da lui e solo nel pensiero gli parve che continuasse a dire: “Per l’eternità tutto si ripeterà infinite volte”.
Ultimo aggiornamento Giovedì 28 Ottobre 2010 20:27