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Il papa . . .perchè? Momento favorevole . . .

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"Ecco ora è il momento favorevole" (2Cor 6, 2) Queste parole di S. Paolo, con le quali si apre ogni anno la quaresima, sapevamo già che avrebbero assunto un significato tutto particolare in questo anno della fede. Non avremmo mai pensato, però, che con esse avremmo dovuto meditare e riflettere, all’inizio della quaresima, anche sulla decisione del papa di rimettere nelle mani della Chiesa il suo ministero di Vescovo di Roma e di capo della Chiesa. Il gesto ha colto tutti di sorpresa. Le parole di spiegazione sono state chiare: Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. … Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Come era prevedibile, la decisione del Papa è passata al vaglio dei media, che influenzano l’opinione pubblica, e si sono accavallati così ridda delle ipotesi, sospetti di manovre oscure, dubbi sulle trame dei sacri palazzi, lotta di potere tra cardinali ecc.. Non sono serviti a niente i ripetuti interventi della sala stampa del Vaticano né le parole del Papa: in piena libertà, esame della mia coscienza davanti a Dio. Bisogna trovare a tutti i costi il losco e la congiura di palazzo. La motivazione, invece, è stata data dal Papa in modo chiaro nelle brevi parole di annunzio: i rapidi mutamenti del mondo e le gravi questioni che lo agitano di grande rilevanza per la fede; dinanzi ad essi, dopo essere stato sulla breccia con coraggio e fermezza per tanti anni, ora è venuto meno il suo vigore fisico e spirituale. Motivazione chiara e drammatica, che non si vuole accettare, perché, è chiaro, coinvolge tutti i credenti, e non solo, perché le grandi questioni che agitano il mondo non riguardano solo la coscienza dei credenti, ma di tutti. Le parole del Papa devono essere esaminate da tutti i credenti, perché solo a partire da esse si può capire la solitudine del Papa, l’amarezza, la resa per amore alla Chiesa. Sono parole che non solo gettano luce sul tormento interiore del Pontefice (ha parlato di giorni non facili), ma che dovrebbero provocare i cattolici ad interrogarsi sul modo come vivono l’appartenenza alla chiesa e sulla qualità della comunione che essi hanno istaurato con il magistero della Chiesa. Due punti decisivi per questo anno della fede. Io sono convinto che Benedetto XVI ha ceduto perché stava vivendo in solitudine il difficile dialogo tra chiesa e modernità: non ha sentito la Chiesa vicino (gerarchia, clero e laicato). All’inizio dell’anno della fede ha parlato di desertificazione della fede. E ciò lo turbava non poco, soprattutto quando si accorgeva che nella Chiesa non c’era la stessa preoccupazione che lui sentiva. Per questo era intervenuto più volte contro la mondanizzazione della Chiesa, il carrierismo che si può coltivare all’interno di essa, la decadenza morale tra i suoi ministri, la poca coerenza tra fede e vita nei laici. In questi anni di pontificato, ma già durante gli anni del pontificato di Giovanni Paolo II, lo abbiamo visto sulla breccia per affrontare con mitezza e fermezza le grandi sfide che la modernità sta ponendo alla Chiesa, che è sempre più consapevole di dover custodire un tesoro di fede che ha ricevuto in dono da Dio: il depositum fidei. Lo ha fatto proponendo sempre il dialogo tra fede e ragione, sul presupposto di quella razionalità intrinseca dell’uomo, messa in discussione dal soggettivismo e dal relativismo dirompente e dominante nella cultura moderna, ma che sola può convocare e unire tra loro in ricerca uomini di differente estrazione culturale, politica e religiosa. Nell’Angelus del 17 febbraio ha indicato espressamente il dramma del tempo che viviamo: Il tentatore è subdolo: non spinge direttamente verso il male, ma verso un falso bene, facendo credere che le vere realtà sono il potere e ciò che soddisfa i bisogni primari. In questo modo, Dio diventa secondario, si riduce a un mezzo, in definitiva diventa irreale, non conta più, svanisce. In ultima analisi, nelle tentazioni è in gioco la fede, perché è in gioco Dio. Nei momenti decisivi della vita, ma, a ben vedere, in ogni momento, siamo di fronte a un bivio: vogliamo seguire l’io o Dio? L’interesse individuale oppure il vero Bene, ciò che realmente è bene? Nel difendere il depositum fidei e nell’invitare gli uomini al retto uso della ragione è stato attento e costante nella sua proposta, accettando anche le contestazioni e le incomprensioni, come la grande opposizione di docenti e alunni dell’università La Sapienza di Roma a che lui andasse a parlare proprio di questi temi. Pagina difficilmente dimenticabile nella storia della cultura italiana. E che sia questa la chiave di lettura da adoperare per individuare le ragioni di queste dimissioni, lo deduciamo anche da alcuni interventi fatti in due discorsi successivi all’annunzio del 10 febbraio. Il primo è il discorso durante l’udienza generale del mercoledì delle ceneri, nel quale enumera alcuni dei problemi della modernità: Le prove a cui la società attuale sottopone il cristiano, infatti, sono tante, e toccano la vita personale e sociale. Non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore; non è facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, quali l’aborto in caso di gravidanza indesiderata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie. La tentazione di metter da parte la propria fede è sempre presente e la conversione diventa una risposta a Dio che deve essere confermata più volte nella vita. L’altro è la conversazione fatta con il clero romano il 14 febbraio, quando ha sottolineato gli entusiasmi dei primi anni del Concilio per costruire una Chiesa rinnovata, capace ancora di mettersi alla testa dell’umanità; entusiasmi presto sfumati a causa di una Chiesa lenta nel rinnovarsi: Allora, noi siamo andati al Concilio non solo con gioia, ma con entusiasmo. C’era un’aspettativa incredibile. Speravamo che tutto si rinnovasse, che venisse veramente una nuova Pentecoste, una nuova era della Chiesa, perché la Chiesa era ancora abbastanza robusta in quel tempo, la prassi domenicale ancora buona, le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa erano già un po’ ridotte, ma ancora sufficienti. Tuttavia, si sentiva che la Chiesa non andava avanti, si riduceva, che sembrava piuttosto una realtà del passato e non la portatrice del futuro. E in quel momento, speravamo che questa relazione si rinnovasse, cambiasse; che la Chiesa fosse di nuovo forza del domani e forza dell’oggi. E sapevamo che la relazione tra la Chiesa e il periodo moderno, fin dall’inizio, era un po’ contrastante, cominciando con l’errore della Chiesa nel caso di Galileo Galilei; si pensava di correggere questo inizio sbagliato e di trovare di nuovo l’unione tra la Chiesa e le forze migliori del mondo, per aprire il futuro dell’umanità, per aprire il vero progresso. Così, eravamo pieni di speranza, di entusiasmo, e anche di volontà di fare la nostra parte per questa cosa. A questo difficile dialogo con la modernità, del quale egli consegnerà il testimone al successore, e che vede in tanti catastrofisti la profezia dell’apostasia della Chiesa, si sono unite le varie prove derivanti dagli scandali morali all’interno della Chiesa, che hanno messo a dura prova la sua capacità di sopportazione: gli scandali di morale sessuale, le lotte interne ai vertici della Chiesa, l’amministrazione non sempre trasparente della banca vaticana, la poca disciplina nella Chiesa, le fughe in avanti da parte di numerosi teologi, il distacco pratico di tanti fedeli, che vogliono costruirsi una religione fai da te, facendo coesistere certe forme di religiosità con l’accettazione del pensiero moderno in fatto di fede e di costumi morali. E’ questo dramma interiore che è esploso nel cuore del Papa e al quale ha accennato nel testo sopra indicato. Per cui questa quaresima, che aveva già dalla sua parte lo stimolo forte delle motivazioni dell’anno della fede, dovrà essere vissuta all’insegna anche della riflessione su queste dimissioni, che, più di ogni altro fatto o accadimento storico, richiamano l’attenzione dei fedeli: Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il momento della salvezza. Saper fare della scelta del nostro Pastore universale di passare la mano nel governo della Chiesa, un’occasione propizia di grazia per ripensare la propria fede. A tutti membri della Chiesa viene chiesto dal Santo Padre un impegno serio nel campo della fede. Non si tratta di piccoli aggiustamenti, certamente utili, ma scelta di parte: la Chiesa o la modernità sempre più secolarizzata e relativistica? La fedeltà a Gesù e al Vangelo o il cedimento al mondo e alla sua logica di potere, di denaro e di relativismo morale? Un esame di coscienza lo facciano nelle Mura Vaticane, nella consapevolezza che gli uomini, soprattutto i giovani, non tollerano, qualora ci fossero, giochi di potere e ambiguità in una istituzione istituita da Cristo per annunziare il Vangelo con semplicità ed umiltà. Vescovi, sacerdoti e tutti i consacrati dobbiamo riscoprire la fedeltà della nostra consacrazione al servizio di Dio e della Chiesa senza ombre e compromessi. Fedeli laici di ogni estrazione e di ogni condizione superino il divario tra fede e vita e uniformino la loro mente al Vangelo. Nell’Omelia della messa del mercoledì delle ceneri il papa ha invitato a non stracciarsi le vesti per le colpe e i difetti degli altri: In effetti, anche ai nostri giorni, molti sono pronti a stracciarsi le vesti di fronte a scandali e ingiustizie – naturalmente commessi da altri –, ma pochi sembrano disponibili ad agire sul proprio “cuore”, sulla propria coscienza e sulle proprie intenzioni, lasciando che il Signore trasformi, rinnovi e converta. E invece dobbiamo essere proprio noi a metterci in discussione, con coraggio e impegno. Ecco ora il momento favorevole.
Ultimo aggiornamento Lunedì 18 Febbraio 2013 09:38  

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