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  • Moro, la via della politica

    40 anni fa il rapimento del leader democristiano e la strage della scorta

    Oggi si ricordano i 40 anni dalla cattura di Aldo Moro e l'uccisione degli uomini della sua scorta, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Franco Zizzi, avvenuta per mano delle Brigate rosse. Un evento, culminato nell'omicidio dello statista democristiano, che ha segnato la storia dell'Italia repubblicana. Vogliamo ricordare  Moro proponendovi alcuni brani tratti da una serie di suoi scritti ancora oggi - a nostro parere - di grande attualità su temi quali le relazioni internazionali, la democrazia, i partiti e l'Europa unita.

    La vita internazionale come rapporti tra uomini e non tra potenze
    La vita internazionale, che in tanta parte ormai esprime problemi, ansie, tensioni, che sono comprensibili e valutabili non in termini di rapporti tra potenze, ma di rapporti tra uomini, con una eguale problematica al di là dei confini degli Stati, la vita stessa internazionale, dicevo, è garantita contro le esplosioni delle passioni e della potenza, non solo dai meccanismi di sicurezza, essi pure necessari, ma dal dibattito sociale aperto nel mondo dalla speranza, dalla prospettiva che anche qui la democrazia tiene aperta. La speranza e la prospettiva che la libertà contribuisca a dare ordine di giustizia tra gli uomini ed i popoli (…).
    Discorso ai dirigenti democristiani della provincia di Bari, 31 gennaio 1969

    Una visione positiva del mondo
    (…) si può dire anche oggi, malgrado tutto, che la realtà sia tutta e solo quella che risulta dalla cronaca deprimente, e talvolta agghiacciante, di un giornale? Certo il bene non fa notizia. Quello che è al suo posto, quello che è vero, quello che favorisce l’armonia è molto meno suscettibile di essere notato e rilevato che non siano quei dati, fuori della regola, i quali pongono problemi per l’uomo e per la società. Ma questa ragione, per così dire, tecnica, questo costituire sorpresa, questo eccitare la curiosità non escludono certo che, nella realtà, (…) ci sia il bene, il bene più del male, l’armonia più della discordia, la norma più dell’eccezione.
    Penso all’immensa trama di amore che unisce il mondo, ad esperienze religiose autentiche, a famiglie ordinate, a slanci generosi di giovani, a forme di operosa solidarietà con gli emarginati ed il Terzo Mondo, a comunità sociali, al commovente attaccamento di operai al loro lavoro. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Basta guardare là dove troppo spesso non si guarda e interessarsi di quello che troppo spesso non interessa. (…)
    Il bene, anche restando come sbiadito nello sfondo, è più consistente che non appaia, più consistente del male che lo contraddice. La vita si svolge in quanto il male risulta in effetti marginale e lascia intatta la straordinaria ricchezza dei valori di accettazione, di tolleranza, di senso del dovere, di dedizione, di simpatia, di solidarietà, di consenso che reggono il mondo, bilanciando vittoriosamente le spinte distruttive di ingiuste contestazioni. (…)
    E tuttavia si insinua così il dubbio che non solo il male sia presente, ma che domini il mondo. Un dubbio che infiacchisce quelle energie morali e politiche che si indirizzano fiduciosamente, pur con una difficile base di partenza, alla redenzione dell’uomo.
    Una più equilibrata visione della realtà, della realtà vera, è non solo e non tanto rasserenante, ma anche stimolante all’adempimento di quei doveri di rinnovamento interiore e di adeguamento sociale che costituiscono il nostro compito nel mondo.
    Articolo su “Il Giorno”, 20 gennaio 1977

    La crisi della forma partito
    Ora il fermento sociale si è approfondito ed allargato, è diventato più acutamente critico e sfuggente, mette in qualche misura in crisi la funzione rappresentativa dei partiti e degli stessi sindacati e getta perfino un’ombra sull’autenticità ed efficacia del sistema democratico e parlamentare. (…)
    È evidente che nell’attuale momento l’accento si sposta dalla società politica alla società civile, nella quale si esprimono in larga misura il dibattito, il confronto ed anche una avanzata preparazione delle decisioni sull’ordine e lo sviluppo della vita sociale. Ciò non può peraltro mettere in discussione il sistema democratico-parlamentare, pur soggetto ad un penetrante controllo sociale, e con esso le forze politiche chiamate ad operare una sintesi intelligente e responsabile nel tumulto degli interessi e degli ideali della vita sociale. Occorre armonizzare questi due dati.
    La responsabilità di chi esercita i pubblici poteri è fortemente condizionata dall’iniziativa e dalla reazione di coloro che non possono più essere chiamati sudditi e, neppure, propriamente governati, ma in modo nuovo ed essenziale uomini liberi. Del resto una società sempre più presente a se stessa travalica le strutture dei partiti ed è sempre meno agevolmente riconducile, come prima invece avveniva, nell’ambito di una impostazione particolare, sotto lo scudo di una ideologia ben definita ed esclusiva.
    Il fermento sociale insomma che prima alimentava e muoveva, attraverso distinti canali, i partiti, oggi si amplia, si approfondisce, diventa in una certa misura influente per se stesso e si sviluppa al di là dei partiti, con una spinta non differenziata, più mirando all’unione che non alla divisione.
    Discorso a un Convegno della Democrazia Cristiana, Milano, 3 giugno 1969

    Il compito del politico
    Il politico non ha solo il compito di non guastare quel che la vita sociale, nel suo evolvere positivo, va di per sé costruendo. Tra la disponibilità e la realtà, tra la ricchezza di base e la composizione armonica nel contesto sociale vi è uno spazio molto vasto (e ricco di problemi di ogni genere), il quale ha da essere occupato da una indispensabile e lungimirante iniziativa politica. Ad essa spetta fare una sintesi appropriata ed organizzare il consenso non intorno a dati particolari, benché importanti, ma intorno ad un disegno complessivo e, nella sua complessità, compiuto e stabile.
    Giungere all’unità comporta una grande comprensione delle cose, una visione di insieme, la ricerca di giusti equilibri, un vero sforzo di organizzazione. È un modo di procedere, del resto inevitabile, il quale rende la vita politica complicata, scarsamente decifrabile, qualche volta irritante. È qui la base di quella diffidenza che contesta alla politica la sua funzione ed il suo merito. Eppure non si tratta, bisogna ribadirlo, di alchimie, di artifici, di cortine fumogene, ma di una seria ponderazione degli elementi in gioco, di una ricerca di compatibilità, di una
    valorizzazione della unità nella diversità.
    Articolo su “Il Giorno”, 3 marzo 1978

    La lunga marcia verso la democrazia
    Via via, nel corso di questi trent’anni, un sempre maggior numero di cittadini e gruppi sociali, attraverso la mediazione dei partiti e delle grandi organizzazioni di massa che animano la vita della nostra società, ha accettato lo Stato nato dalla Resistenza. Si sono conciliati alla democrazia ceti tentati a volte da suggestioni autoritarie e chiusure classiste. Ma, soprattutto, sono entrati a pieno titolo nella vita dello Stato ceti lungamente esclusi. Grandi masse di popolo guidate dai partiti, dai sindacati, da molteplici organizzazioni sociali, oggi garantiscono esse
    stesse quello Stato che un giorno considerarono con ostilità quale
    irriducibile oppressore. (…)
    Certo, l’acquisizione della democrazia non è qualcosa di fermo e di stabile che si possa considerare raggiunta una volta per tutte. Bisogna garantirla e difenderla, approfondendo quei valori di libertà e di giustizia che sono la grande aspirazione popolare consacrata dalla Resistenza. (…)
    Trent’anni fa, uomini di diversa età ed anche giovanissimi, di diversa origine ideologica, culturale, politica, sociale; provenienti sovente dall’esilio, dalla prigione, dall’isolamento; ciascuno portando il patrimonio della propria esperienza, hanno combattuto, per restituire all’Italia l’indipendenza nazionale e la libertà.
    Questo è stato il nostro grande esodo dal deserto del fascismo; questa è
    stata la nostra lunga marcia verso la democrazia.
    Discorso a Bari, 21 dicembre 1975, in occasione del trentennale della guerra di
    liberazione

    La società italiana in movimento
    La società italiana è in movimento e conta, più che in passato, sulle proprie forze. Essa coglie ed analizza criticamente i suoi problemi. Rivendica la sua autonomia e, in essa, la capacità di trovare in se stessa, il più largamente possibile, la sua guida. Si riconosce in centri propri di proposta e anche di decisione. Deferisce meno al potere politico le sue scelte e, quando accetta di delegarle ad organi rappresentativi, sottopone l’autorità ad un più rigoroso e continuo controllo. Esige di partecipare, non una volta tanto, ma dal principio alla fine, ad ogni deliberazione, che essa prepara e condiziona con autonomi atteggiamenti. Essa invoca la coerente applicazione di una legge morale, non contorta e deformata dal compromesso, ma tale da esaltare veramente la libertà e la dignità e da
    rendere possibile ed anzi inevitabile una svolta storica verso una società di eguali, una autentica e universale democrazia. Ed il potere politico è appunto trasfigurato in un’autentica democrazia che restituisce alla società molte delle sue prerogative e si misura con essa in un confronto quotidiano ed impegnativo. Il potere si legittima davvero e solo per il continuo contatto con la sua radice umana e si pone con un limite invalicabile: le forze sociali che contano per se stesse, il crescere dei centri di decisione, il pluralismo che esprime la molteplicità irriducibile delle libere forme della vita comunitaria. (…)
    Lo Stato deve essere dunque sempre presente, attento al duplice rischio che corrono le istituzioni, di essere messe in forse da un’anarchia che degenererebbe presumibilmente in autoritarismo e di essere svuotate o inaridite per il mancato continuo raccordo con la realtà sociale in movimento e le aspirazioni popolari. Sarebbe un grave errore, un errore fatale, restare in superficie e non andare nel profondo; pensare in termini di contingenza, invece che di sviluppo storico. Tocca alle forze politiche ed allo Stato creare in modo intelligente e rispettoso i canali attraverso i quali la domanda sociale e anche la protesta possono giungere ad uno sbocco positivo, ad una società rinnovata, ad un più alto equilibrio sociale e politico.
    Discorso all’XI Congresso della Democrazia Cristiana, Roma, 29 giugno 1969

    Una costituente politica per l’Europa
    Stanno forse maturando i tempi per una sorta di costituente politica dell’Europa. È certo che l’obiettivo è nobile e urgente. L’Europa Unita è nelle cose; una necessità ed un dovere insieme. Essa darà al mondo una voce nuova ed ascoltata; ci farà protagonisti di uno sviluppo di equilibrio e di pace; offrirà, oltretutto, la garanzia che il grande negoziato distensivo, che non cessiamo di auspicare, non si compia senza di noi e perciò contro di noi.
    Discorso all’XI Congresso nazionale della Democrazia Cristiana, 29 giugno 1969



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